Sergio e Nicoletta dalla disperazione alla rinnovata felicità

Il professor Pontiggia mi avverte al mattino. Mi chiamerà un suo paziente per essere intervistato. Ho qualche remora circa giorni e ore? “Perché mai? Sono disponibile sempre. Purché al momento della chiamata non sia uccel di bosco per qualche incombenza, magari avendo dimenticato il cellulare a  casa (ahimè, mi succede!)”.

Verso sera squilla il telefono; sento una voce giovane di donna, la calata toscana inconfondibile. “Sono Nicoletta Cucchetti, ma non sono io la persona da intervistare, è Sergio, il mio compagno, che ha un tumore inoperabile al cervello, un glioma. Però, precisa – e la voce pare incrinarsi – le chiede di dargli tempo per effettuare la seconda risonanza magnetica di controllo. La prima ha dato una risposta confortante; speriamo in una riconferma”.  L’ipotesi è che ci sentiremo di nuovo tra 1-2 settimane. Invece, a pochi giorni dal colloquio, mi arriva sul cellulare un messaggio. Nicoletta è ancora  in attesa dell’esito dell’esame, ma sente il bisogno di aprirmi il suo cuore (un modo – penso – per dominare la sua angoscia). Mi scrive: “Sergio, oltre alle cure come da protocolli, fa l’ipertermia col professor Paolo Pontiggia. Spero tanto che il professore possa salvarlo. Ma il “mostro”, il tumore, è subdolo e la paura è tanta. Prego Dio che ci aiuti. Sergio è una persona buona e ha già sofferto abbastanza; è vedovo con due figlie che hanno perso la mamma qualche anno fa. Con me e con mio figlio avevamo trovato la serenità, lui mi adora. Una favola, la nostra, fino a quel maledetto 15 febbraio 2018”. Non posso rimanere insensibile a parole che sento vere e sofferte, mi viene dunque spontaneo suggerire alla coppia, visto che dalla Toscana dovranno risalire al nord per l’ipertermia, di dirottare – terminata la seduta a San Genesio di Pavia – verso Magenta. Io abito a Marcallo con Casone, poco lontano. ”Non faremo una intervista telefonica, ma ci racconteremo come amici le nostre differenti esperienze“, dico. Confido a Nicoletta che anch’io mi sono trovata a combattere contro un cancro: alla vescica e bello grosso, 5,5 cm, oltretutto mal appoggiato all’uretra. Per quanto ben differente da un glioma, anche il mio cancro era infiltrante e, stando alla definizione dei medici, “bastardo”. Facile a riformarsi con rapidità; e non una sola volta. Mi hanno operata (tempi di attesa minimi, data la situazione) all’Istituto tumori di Milano; ma prima dell’atto operatorio mi sono affidata al professor Pontiggia per l’ipertermia. Sei sedute e il tumore era diventato di 5 cm. Dopo l’asportazione ho seguito scrupolosamente le terapie di rito, senza però trascurare l’ipertermia. Le ultime TAC dicono che non ho cellule tumorali in circolo. Dovrò fare un terzo controllo a breve: “Se di nuovo si confermeranno i risultati, per almeno 6 mesi potrà dimenticarsi della malattia”, mi dicono  all’ospedale. Il professor Pontiggia mi aveva già comunicato che non mi serviva di sottopormi all’ipertermia ogni mese; era sufficiente che me ne ricordassi al semestre. La conversazione stabilisce tra me e Nicoletta una immediata empatia. Lei e il compagno Sergio Di Brita, verranno a farmi visita. E in effetti, 15 giorni dopo, sono a casa mia. Lei è graziosa, piccina, magretta, tutta scatti; lui è serio e composto, un’ombra di tristezza (o ancora di paura?) nello sguardo. Che siano una coppia affiatatissima lo si evince subito.  Si guardano negli occhi con la tenerezza di sedicenni al primo amore: anche se lui di anni ne ha 47 e lei 41. L’intervista è a due voci; perché lei si ricorda tutto come se ce l’avesse davanti fotografato; e se lui ha qualche incertezza nel rammentare episodi legati al suo dramma, subito lei – affettuosamente stringendogli o carezzandogli la mano – interviene per rettificare, puntualizzare, spiegare. “Mi ero faticosamente ripreso da una terribile depressione”, dice lui, “dopo anni orribili. Nel 2011 era morto mio padre; un mese dopo veniva diagnosticato a Marta, la minore delle mie figlie (non se ne aveva il minimo sospetto, era sempre stata bene) il diabete di Tipo 1. Mia moglie aveva da tempo il cancro: aggressione a un  seno, e da lì alle ossa. Le operazioni, seguite da continue recidive, avevano reso la nostra vita, e soprattutto la sua, un calvario. Fu tale fino alla sua morte (dicembre 2014), che mi lasciò annientato”.

La commozione è evidente e Nicoletta interviene: “Sergio è comunque un lottatore; pur distrutto nell’animo non ha abbandonato il lavoro. Sposandosi era andato a vivere a Lammari , il Paese della moglie; rimasto solo con due bimbe, ha trovato saggio tornare al suo luogo d’origine, Veneri, piccolo borgo vicino a Collodi”.

E a Collodi, il borgo reso celebre dall’autore di Pinocchio, nasce la loro  meravigliosa storia d’amore.

Da ragazzini si incontravano con i giovani del posto; poi, anche perché lui era più grande, s’erano persi di vista e ognuno aveva seguito la sua strada. Il caso vuole che, passati gli anni, il figlio di Nicoletta, separata dal marito e  tornata a vivere con la madre,si trovi a frequentare la stessa classe di Marta, la figlia di Sergio. Entrambi vanno a catechismo. In parrocchia si dovrebbe organizzare una festa per le “Prime comunioni” ma il progetto salta. I ragazzi ci restano male. Nicoletta decide di inventarsi qualcosa per rasserenarli. Così manda un invito a tutte le mamme della classe e all’unico papà che risulta in elenco. Anche lui partecipa alla riunione organizzata, ed è naturale che racconti all’amica ritrovata i dolori che l’hanno tanto intristito.  Si incontrano casualmente altre volte, tra scuola e catechismo; e un giorno Sergio propone: “Se mangiassimo una pizza insieme?”

Dalla pizza a due passano a corse in bicicletta a cinque, coinvolgendo i rispettivi figli, che tra loro vanno d’accordissimo. Le ore serene passate insieme cementano nel gruppo un rapporto che affetto e tenerezza alimentano; la letizia è tornata, la vita è bella, il domani è per tutti promettente. Sergio, che è idraulico, lavora molto ma ora in modo gioioso; la depressione è lontana. Solo che ogni tanto gli capita una cosa strana. Dall’occhio destro, improvvise, scaturiscono scintille. E’ il baluginio di un attimo, però lo disturba. L’oculista non rileva patologie. Che si tratti di stanchezza, di alterazione della pressione arteriosa?  L’ipotesi si accredita per l’ episodica e fastidiosa insorgenza di un mal di testa che Sergio rammenta di avere già recepito, forse un po’ meno insistente, tempo addietro: quando faceva uno sforzo eccessivo, o quando faceva l’amore. Il medico di base, interpellato, non trova spiegazioni. Eppure, intuisce, qualcosa non va. Ai primi di febbraio 2018 Sergio ha una improvvisa afasia. Sta per dire qualcosa e le parole – per un minuto che pare un’eternità – non gli escono. Si spaventa, con Nicoletta ritorna dallo stesso dottore e questi si allarma. Ma, a parte il colesterolo un po’ elevato (benché le abitudini alimentari di Sergio siano da monaco certosino), tutti gli esami risultano a posto. “Deve avere avuto un TIA, un attacco ischemico transitorio”, azzarda il curante. Sottolinea che l’elettrocardiogramma è perfetto, che le carotidi sono libere. Qualcosa però non deve essergli chiaro perché suggerisce una risonanza magnetica. L’esame rivela una preoccupante “lesione alla parte sinistra del cervello, infiltrante il corpo calloso”. Si richiede conferma al CTO di Firenze che sollecitamente comunica: “Tumore esteso e profondo, inoperabile”. Nel frattempo, il 15 febbraio, Sergio ha avuto un nuovo attacco di afasia. E’ al lavoro, deve comunicare qualcosa a un collega ma non ce la fa a pronunciare suono e crolla a terra in preda a convulsioni. Lo portano al pronto soccorso, si rianima. Nicoletta è accorsa, non lo lascerà un attimo: attenta, vigile, impegnata a infondergli coraggio, a fargli assumere i primi farmaci (antiepilettici e cortisone in dosi elevate), a sostenerlo nella nuova grande prova che dovrà affrontare, la biopsia. Insieme, il 21 febbraio 2018, sono a Firenze, ancora al CTO. La biopsia, per Sergio, è un’esperienza traumatizzante. L’anestesia, che spera sia totale, è solo locale, fatta attraverso  iniezioni che lo impressionano. Va peggio quando sulla testa gli fissano con bulloncini un arco ferroso: serve per centrare il punto focale dove agire. Il trapano che sente penetrare Il suo cranio lo riempie di terrore. Né lo rassicura la voce del primario che allo specializzando che sta eseguendo l’atto operatorio impartisce istruzioni: “ Non andare così avanti, attento in questo punto”.  Finalmente, dopo circa un’ora e mezza, l’incubo ha fine. Nel passare di pochi giorni l’esame bioptico non lascia dubbi: “Glioma multiforme e infiltrante d’alto grado, misura  cm 5 x 3,5, situazione gravissima”. Il destino avverso si ripropone in tutta la sua durezza. E i medici fiorentini, con scarsa sensibilità, la diagnosi infausta la sbattono in faccia alla coppia brutalmente; con la conclusione: “Al massimo, un anno di vita”. Alla mazzata tremenda si aggiunge, per Sergio, l’angoscia per le bimbe che dopo aver perso la mamma si ritroveranno anche senza il papà. La consapevolezza lo spinge a lasciarsi andare; regala i suoi attrezzi di lavoro: “Tanto, non mi serviranno più!” Nicoletta insiste che non deve arrendersi, si prodiga per confortarlo, per infondergli speranza: “Guarirai, accadrà un miracolo; io me lo sento che guarirai”. I medici decidono il piano terapeutico, chemio e radioterapia, ma intanto Nicoletta ha scoperto che specialista di gliomi è, all’Humanitas di Milano, il professor Lorenzo Bello. Il luminare ha grande garbo, al consulto si rende conto della prostrazione assoluta di Sergio e della determinazione di tentare il tutto per tutto di Nicoletta. “La situazione è grave” dice – “dovete affrontarla con coraggio. Non disperate e non rinviate la terapia”. Sconsiglia il trasferimento  a Milano, propone di contattare subito l’ospedale Santa Chiara di Pisa e il  dottor Francesco Pasqualetto. Obbediscono, ma si deve insistere con Sergio che pone ostacoli. E’ in piena depressione,  convinto che ogni tentativo sarò vano. Nicoletta non demorde: “Ti dico che sconfiggerai il male!”. Lui ammette di avere ceduto alle suppliche di curarsi per stanchezza fisica, per sfinimento mentale. E per non dare altro dolore alla compagna che gli dimostrava tanto amore e devozione”. A Pisa il dottor Pasqualetto è amabile e di grande sollievo col suo ottimismo (“Lasciate perdere le statistiche menagramo, finché c’è vita c’è speranza!); e le infermiere che controllano Sergio nei trattamenti quotidiani (alternati, 30 giorni di radioterapia, 30 giorni di chemioterapia, quindi due mesi “pesanti”) hanno battute allegre, trattano il malato come se non avesse una patologia preoccupante, ma come se fosse un paziente già in via di guarigione. E’ un sostegno psicologico insperato. “A Firenze” – dice Sergio – “le infermiere mi guardavano con compatimento. Rassegnati, devi morire, leggevo nei loro occhi”. Il ciclo terapeutico al santa Chiara viene sopportato a meraviglia: nessuna reazione negativa. E il tumore si è un po’ ridotto. Ora saranno sufficienti, ogni giorno, poche medicine (antiepilettico e Temodal), prima di affrontare un secondo ciclo di chemioterapia (non si può andare oltre 30 trattamenti di radioterapia). Il rientro a Veneri è come il ritorno a nuova vita. Sergio  vuole lavorare, ricompra l’attrezzatura di cui si era liberato, non fa storie quando deve assumere i farmaci. E un giorno, su suggerimento di Nicoletta, accetta di provare a ricoltivare una reciproca passione: tutti e due risalgono in bicicletta. Percorsi brevi e via-via più  lunghi, una gioia sempre più grande, anche per i ragazzi. La malattia resta comunque un tarlo, difficile non pensarci, soprattutto se Sergio inciampa in qualche vuoto di memoria che Nicoletta minimizza. In apparenza, perché in realtà è preoccupatissima. Ha un flash improvviso: alla signora Carla Mallegni di Orentano, parecchi anni addietro (quanti? almeno 15!), quando ancora viveva a Montecatini e si curava a Pescia, non era stata preconizzata la morte entro tre mesi per un grave tumore al seno e metastasi polmonari? L’aveva incrociata un giorno e stava benone. Come s’era salvata? La telefonata a Carla è immediata, l’incontro tra le due donne è a poche ore. La signora Mallegni, che dal 2008 non prende medicine e che si limita a controlli semestrali sul suo stato di salute (tutto risulta sempre perfetto) contatta subito il professor Pontiggia che l’ha curata con l’ipertermia e al telefono gli passa Nicoletta. Sentito il caso, il prof. Pontiggia chiede: “Come sta ora il malato, dopo chemio e radioterapia?” Nicoletta risponde che ha ben tollerato i trattamenti, ma le medicine, soprattutto le gocce antiepilettiche, gli danno uno stato di malessere e una imbarazzante salivazione eccessiva. Lei, anche se ostenta ottimismo a oltranza, è in grande apprensione; perché, per quanto ridotto nelle dimensioni e meno infiltrante, sa che il mostro, il maledetto tumore, è sempre in agguato. Le prospettive per il futuro – le hanno detto – non sono rosee. “Salvi il mo compagno”, implora. Pontiggia replica:”Non sono la Madonna, ma farò il possibile”. Si fa mandare la documentazione e rileva che la biopsia fatta a Firenze ha posto in evidenza un dato non valutato abbastanza nella sua positività: la presenza, nella zona tumorale, di metilazione del DNA. Significa che, nella zona drammaticamente lesa, esiste la concreta possibilità, riuscendo a sopprimere le cellule tumorali, che cellule sostitutive si formino al loro posto, tutte sane.  Invita dunque Nicoletta a cancellare ogni nero pensiero: “L’orso è morto quando se ne ha in mano la pelle”, dice il professore. “Sergio è giovane. Facciamo una nuova risonanza, ma non perdiamo tempo in attesa dell’esito e partiamo subito con l’ipertermia”.

Iniziano immediatamente le sedute terapeutiche a San Genesio di Pavia, una a settimana. Si sospende la chemio a Pisa, Pontiggia riduce drasticamente la posologia dei farmaci antiepilettici. Cessano i disturbi, Sergio si sente rifiorire. Aumenta le biciclettate e Nicoletta lo asseconda. Insieme percorrono km e km, soprattutto nei fine settimana. L’ipertermia adesso è prescritta ogni 15 giorni. Dopo una seduta, a giugno, i due si concedono una vacanza in Francia. In Costa Azzurra, in mountain-bike pedalano tra salite, tornanti e discese; al principio ogni tanto fermandosi per riposare e godersi il panorama. “Sei stanco?”, chiede Nicoletta. “Per niente”, risponde Sergio. “Allora domani andiamo avanti finché ce la facciamo”, decidono insieme. E l’indomani la tappa, con tutti i su e giù, tocca i 50 km. E’ un momento indimenticabile. “Ora, come s’ha tempo, si monta in bici coi figli”, dice sorridendo lui. “Le cose stanno andando davvero bene, l’ipertermia la si fa una volta al mese e ogni volta Sergio si carica di energia”, interviene lei. “Farmaci ne prende in dosi minime, li integra con la graviola prescritta dal professore. Il tumore – ha evidenziato la risonanza – è sceso a 1 cm e mezzo. Ma si ridurrà ancora”, aggiunge mentre con tenerezza accarezza il volto del compagno. “Il professor Pontiggia”, conclude soave, “non sarà la Madonna, ma il miracolo lo sta compiendo. Noi e i figli abbiamo ritrovato tanta gioia e serenità”.