Quei benefici rituali

La signora Lucia Galeone, classe 1958, ha oggi 59 anni. Vive a Manduria, nella splendida Puglia. Aveva circa quarant’anni, e stava benissimo, quando le fu diagnosticato un cancro al seno sinistro.

Si era “accomodato” nel solco sottomammario. “E questo posizionamento è stato un po’ la mia fortuna – dice la signora – perché il professor Umberto Veronesi non solo poté estrarmi il tumore facilmente (certo che mi praticò la quadrantectomia!), ma non ebbe neppure bisogno di provvedere ad alcuna ricostruzione. La ferita infatti è piccolissima, quasi non si vede”.

Veronesi, nel rispetto dei protocolli, fissa la terapia ormonale per cinque anni e fa iniziare alla paziente le terapie canoniche: venti sedute di radioterapia (che lei fa alla “Mater Dei” di Bari, oggi “Papa Giovanni XXIII”), più sei cicli di chemioterapia che la signora potrà fare nella sua terra. Lucia Galeone, superati lo stupore (nessun membro della sua famiglia ha mai avuto il cancro), e la grande paura, rette senza sforzo le radioterapie, accetta di buon grado di sottoporsi alla chemio. Come accade a tanti, soffre di nausee ed è oppressa da una grande stanchezza. Perde tutti i capelli, ma non ne fa un dramma. Suo marito garantisce che, anche in quel periodo, non l’ha mai vista depressa. Al primo e ai successivi controlli semestrali (esami del sangue, radiografia, mammografia), tutto risulta a posto. Così per 14 anni, nei quali la signora fa ogni normale attività: lavora (insegna economia aziendale), si occupa di casa, marito e cani.

L’oncologo che esamina i suoi referti (“Quando andavo a ritirarli era il solo momento in cui ero colta da una certa ansia”, ricorda) la rassicura pienamente: se per 14 anni non c’è stato il minimo accenno a una qualunque patologia degenerativa, vuol dire che la sua guarigione è totale, che può dormire sonni tranquilli. Lucia non aspettava che questa conferma. Tutto va talmente bene che i controlli, su consiglio medico, un po’ li dirada. Uno all’anno, comunque, lo fa con costanza: sempre mammografia, esami del sangue, radiografia. Negli ultimi tempi, però, le insorgono disturbi sempre più fastidiosi, accompagnati da dolori. In particolare, la tormenta il male all’anca, tanto che anche la sua deambulazione ne risente. “Era un po’ claudicante”, dice il marito. Passati i cinquant’anni, anche al medico di base pare naturale pensare a un manifestazione artrosica, magari aggravata da osteoporosi. Ordina vari esami, che non evidenziano nulla. Propone terapie che non danno il minimo effetto positivo.

Poiché Lucia zoppica, si ricorre a un ortopedico. Anche questi esamina la documentazione, guarda e riguarda l’ecografia ed è costretto ad ammettere che gli esami non danno risposta. Suggerisce la Risonanza Magnetica. Attraverso questo tipo di indagine si scoprono metastasi diffuse: al femore, al bacino, alle costole, a parte della colonna vertebrale. Panico in famiglia, ricerca affannosa di un oncologo specializzato nella cura dei tumori dello scheletro. Non lo si trova. L’unica risposta che riescono ad ottenere, circa la particolarità dei tumori ossei, è che, al momento attuale, non sono curabili con la chemioterapia; si tenta di bloccarli con la terapia ormonale. Pur angosciata al massimo, Lucia Galeone non perde lucidità. Un rimedio specifico deve pur esserci. Cerca su Internet e trova il centro del professor Paolo Pontiggia.

Lo chiama, gli racconta il suo caso, gli chiede quando dovrebbe cominciare a intraprendere le cure per combattere le metastasi. Immagino la risposta del professor Pontiggia: “Da ieri!”. E infatti la signora aggiunge: “Il giorno dopo ero a Pavia”. Ci resta, nella struttura annessa agli studi medici, per una settimana. In sette giorni farà tre ipertermie. Il primo giorno, per una terapia d’attacco, l’ipertermia viene potenziata con l’extracorporea. In sostanza, mentre Lucia è sdraiata sul lettino per l’ipertermia “normale”, le prelevano 250 cc di sangue che nel corso di quattro ore, in una speciale apparecchiatura, verrà sottoposto al trattamento termico. Contemporaneamente, le cellule immunitarie verranno sottoposte a una benefica stimolazione. Finita l’ipertermia (dura in media due ore) la signora non è che dovesse restare ad attendere il momento della reinfusione: poteva uscire per una passeggiata, per un caffé. Tornava quando stabilito. E non è che si sentisse debole, o che le girasse la testa, mancandole tanto sangue.

“L’ipertermia mi dava subito vigore, un vigore che sentivo rafforzato non appena mi veniva reimmesso in vena, con un’endovenosa, il mio sangue trattato”. Cessati i dolori? “Non del tutto, ma era comunque un altro vivere”. Rientrata a casa, proseguiva con qualche terapia alternativa? “Seguivo, come faccio tuttora, quanto indicato in ricetta dal professor Pontiggia o da sua figlia Elisabetta (entrambi sono i miei oncologi di fiducia, e posso chiamare l’una o l’altro per qualunque necessità). Nel mio ‘menu terapeutico’ avevo e ho, oltre alla terapia ormonale, punturine di vischio: me le faccio sulla pancia o sulla coscia a giorni alterni per due settimane; le fiale sono con composizione crescente di principio attivo da 0,1 mg a 3 mg per due cicli di sette fiale ciascuno. Per il mantenimento dei risultati, seguo un altro ciclo terapeutico con dosi fissate in precedenza, che durano ventotto giorni. Quotidianamente assumo integratori a sostegno delle difese immunitarie (sono a base di vitamina D, di timo, di curcuma e pepe nero, di graviola).

Dimenticavo: Pontiggia mi ha imposto di cambiare la mia dieta. Mi ha ridotto di molto la carne rossa (il professor Umberto Veronesi, vegetariano, sarebbe stato d’accordissimo), limitato le carni bianche, aumentato la dose di frutta e verdura e soprattutto di legumi. Mi ha detto un ‘no’ tassativo agli zuccheri”. È forse diabetica? “Affatto, e il non poter mangiare dolci – ne sono golosissima – è davvero un sacrificio. Pazienza. Ritornando al mio primo rapporto con il professor Pontiggia, dopo la scoperta delle diffuse metastasi ero piuttosto angosciata. Facendomi star meglio con l’ipertermia, rincuorandomi con pacatezza, lui seppe subito infondermi fiducia. Mi propose di fare dieci sedute di radioterapia all’anca, dopo di che sarei risalita a Pavia per altre tre sedute ipertermiche d’attacco seguite da esami di controllo”. L’ipertermia, successivamente, sarebbe stata sempre più distanziata. “Ne avrei fatta una dopo un mese, un’altra due mesi dopo; poi a tre, quattro, cinque mesi di distanza”.

Fu obbediente? Obbedientissima. “Le radioterapie le ho fatte a Lecce, con ottimo risultato. I controlli, che ho effettuati tra Milano (RSM e PET all’Humanitas) e Pavia (alla Casa di cura Città di Pavia), ogni volta hanno registrato un miglioramento. In alcuni punti le metastasi risultano ‘sparite’, in altri ‘ridimensionate’ (per esempio alla colonna o alle costole).

Questa è la situazione di fatto. Non posso dunque considerarmi guarita. Avrei potuto dire di fare comunque una vita assolutamente normale per la mia età fino al termine della primavera scorsa. All’inizio dell’estate, d’improvviso, mi sono insorti dolori alle vertebre, subito sotto la cervicale. Sono riandata dal professor Pontiggia, rifacendo di nuovo (poiché Manduria è tanto lontana) tre sedute ravvicinate come terapia d’attacco. Ho poi fatto qualche altra seduta (distanziata di 1-2-3 mesi) tra maggio e ottobre 2017.

A Lecce mi sono sottoposta a otto sedute di radioterapia: il giovamento è stato minimo, all’inizio; in seguito, ripetute anche le sedute di ipertermia, ho avuto il medesimo beneficio ottenuto per l’anca (quasi non mi ricordo del problema, ora cammino normalmente). Adesso, però, le vertebre sono tornate a dolermi. Ritornerò dunque dal professor Pontiggia, ripetendo quello che ormai è un rituale: e cioè le tre ipertermie d’attacco (che poi nel tempo verranno distanziate) per rimettermi subito in sesto e per lenire il dolore che mi è sempre più fastidioso. Magari, chissà, il professore avrà qualcos’altro da prescrivermi per attenuare la mia grande stanchezza. In questi giorni la sento parecchio”.