Non ho dolori, mi godo i nipotini

Una voce dolce e gentile. “Parlo con la signora Grazia Di Lorenzo?”. Alla risposta affermativa, le chiedo se preferisce rilasciare subito l’intervista o essere richiamata in altro orario. “Va benissimo adesso!”. Prende subito in mano le fila del discorso. “Nessun cancro in famiglia, nessuna familiarità col tumore al seno – esordisce – Ma a me il tumore è venuto. E sul momento non me ne sono quasi resa conto, nonostante i noduli si facessero sentire. Li attribuivo (o volevo attribuirli, con tanto lavoro che avevo da fare) alla mastopatia fibrocistica di cui avevo sofferto. Anche i medici (e io sono medico rianimatore), riguardo a se stessi hanno a volte incomprensibili trascuratezze”.

La signora dunque si trascura e il male procede. Quando ne prende atto e comincia a preoccuparsene (è il 2009), il tumore misura 3 cm. Chemioterapia, immediatamente, per otto cicli: il tumore regredisce a 2 cm. Buon segno. Seguono atto operatorio (2010) e convalescenza, con trenta sedute di radioterapia. Viene prescritta la terapia ormonale per cinque anni, come prevedono i protocolli. La dottoressa la segue e sta bene; il suo problema si direbbe perfettamente risolto.

I controlli periodici segnalano che tutto è nella norma. Nel 2016, una non gradita sorpresa: gli esami clinici rivelano due piccole metastasi al fegato e otto metastasi tra bacino e colonna vertebrale. Niente aveva preannunciato una qualsiasi variazione nello stato di salute. La dottoressa Di Lorenzo non si perde d’animo. Non ha disturbi, dolore; ma poiché “carta canta”, si sottopone a TAC, PET e risonanza magnetica per ulteriori conferme. Che arrivano puntualmente. Inizia allora una terapia biologica con due farmaci di nuova generazione sperando in risultati soddisfacenti: ne è delusa, perché se le metastasi al fegato risultano più o meno stabili, le metastasi ossee risultano invece aumentate; e lei sa bene che il dolore, ora silente, potrà d’improvviso attanagliarla. La proposta degli oncologi è per un nuovo approccio chemioterapico e radiologico.

La signora non vuole rivivere la precedente esperienza: sopportare ancora nausea e vomito, perdere i capelli, sentirsi afflitta quotidianamente da un debilitante malessere generale. Un tecnico di radiologia le riferisce dei buoni risultati che un’altra malata ha raggiunto seguendo l’ipertermia nello studio del professor Pontiggia. Perché non provare? L’incontro col professor Pontiggia è in realtà un consulto tra medici sul suo specifico caso clinico. La terapia ipertermica d’attacco viene concordata: tre sedute la prima settimana. Non hanno provocato alcun disturbo anzi hanno dato una ricarica di energia.

Rapidamente le sedute diradano. Attualmente la dottoressa Di Lorenzo ne fa tre, ravvicinate, ogni tre mesi. “Mi sento bene, non ho dolori, mi godo i nipotini”. Chiedo quale sia l’esito dei controlli più recenti. “Non sono guarita. Le mie metastasi sono lì. Non regrediscono e forse addirittura crescono, ma molto lentamente. La mia vita è comunque normale, normalissima. Dico talvolta al professor Pontiggia: ‘Mi va benissimo andare avanti così, con le antipatiche metastasi che però non mi fanno sentire dolori’. Non mi importa la lunghezza della vita, mi importa la sua qualità. E la mia è ottima”.

*AGGIORNAMENTO
Oggi nel Settembre 2018, la signora dopo un periodo di malessere con dolori al bacino e i marcatori tumorali in costante incremento, presenta condizioni generali ottime.
Marcatori tumorali in decisa diminuzione.
Questo ulteriore miglioramento pare dovuto ad una modifica modesta, ma significativa, dello schema di stimolazione immunitaria.
Questo conferma il fatto che una stimolazione immunitaria appropriata nel recupero e nel mantenimento di pazienti oncologici anche in fase avanzata di malattia è indispensabile.

Prof. Paolo Pontiggia